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  • Categoria dell'articolo:Lavoro
  • Ultima modifica dell'articolo:9 Gennaio 2022

Se siete arrivati su questo post, il lavoro occupa un’importante posizione nella vostra vita. Difatti sarebbe interessante sapere quale termini di ricerca hai usato nella serp di Google. Oppure attraverso quale collegamento tu sia arrivato su questo sito. A dire il vero non ha tutta questa importanza: quello che conta ora è capire cosa vogliamo quando diciamo “lavorare meno”.

lavorare meno

Parliamo di lavoro

Infatti parlare di lavoro oggi non è semplice. Abbiamo a che fare con l’attività che ci consente di accedere alla soddisfazione di bisogni e sfizi. D’altra parte essa occupa almeno un terzo del tempo della nostra giornata. Allora crediamo sia fondamentale capire come ottimizzare al massimo quel tempo, arricchendo la nostra esperienza non solo di fatica, stress, consegne e liti con i colleghi, ma vivendola in armonia e in pace con noi stessi.

Perché “lavorare meno”? La risposta non è affatto semplice e non potrà esaudire la vostra curiosità solo in questo articolo. Per ora quello che possiamo fare è fornire una breve introduzione. Innanzi tutto devo chiarire che il mio lavoro non è quello del blogger. Infatti da anni lavoro in aziende, per cui ciò che vi dirò sarà il frutto della mia esperienza diretta e osservazione. Il mondo del lavoro ha in sé una marea di contraddizioni. Le possiamo dedurre con l’analisi, dialogando con i colleghi, e spesso anche con le ferite e le sconfitte che si devono subire.

D’altronde, come ben sai, il mondo del lavoro non è solo soddisfazioni e stipendio. Infatti ogni giorno si affrontano sfide, alcune delle quali si vincono e molte altre si perdono. Ogni mattina ci svegliamo con la consapevolezza di non sapere cosa accadrà: questo può essere uno stimolo, ma può anche logorarci.

Quindi parlerò di lavoro in tutte le forme possibilmente compatibili con la mia conoscenza. Lavorare meno è un sogno, un’aspirazione che tutti dovrebbero prendere in considerazione. Ma a questo risultato non si arriva soltanto con le idee o i desideri.

Le insidie

Perché lavorare meno può essere una svolta? Sono più che sicuro che molti si fermeranno alla lettura del titolo di questo articolo per poter fornire il loro giudizio. Giudicare solo dal titolo denota la perdita di senso critico del lettore. Costui rappresenta il soggetto che ha trovato le sue sicurezze nella parola “lavoro”, senza interrogarsi sulle insidie che propone.

Il termine lavoro deriva la sua etimologia da “fatica, sofferenza”, da cui non si percepisce nessun margine di virtù. Infatti ci troviamo di fronte a una distorsione del significato derivante da una rappresentazione sociale. Pare che oggi il lavoro rappresenti la più alta forma di affermazione e identificazione. Il lavoratore ha assunto come non mai le più alte e spiccate peculiarità del credente religioso, il quale trae ogni beneficio e una gratificazione illusoria dall’azione lavorativa.

Le credenze

Quindi il lavoratore ha assunto le caratteristiche inconfondibili del credente. Egli trova il suo godimento nel superamento della sofferenza, la quale non gli si rivela come tale. Infatti, l’attività lavorativa propone challenges, opportunità di crescita, esperienza, sollecitazioni che pongono il soggetto sotto stress. La  convinzione è che ne uscirà più forte se “il superiore” avrà decretato la sua vittoria. In definitiva, egli vede compiuta la sua espiazione: la sofferenza che ha patito verrà ripagata con l’adeguata retribuzione che userà per mantenersi competitivo e performante.

Come risultato avremo un soggetto identificato con ciò che lo conserva. Infatti egli può dire “sono un ingegnere” perché questo suo essere gli permette di confermarsi e partecipare al gioco della routine quotidiana. Ne consegue che il soggetto si rivede in ciò che lo rende vivo, cioè un lavoratore.

Il soggetto così trasformato in animal laborans vede nella coazione a ripetere del lavoro l’unica via d’uscita. Il vuoto umano che in lui si è scavato in nome della performatività viene riempito con un prolungamento della giornata lavorativa, molto spesso senza nessuna retribuzione.

Solo così si fa carriera” si grida in coro, spianando la strada ad una competizione senza fine che abbassa sempre di più il margine di valore che il lavoratore può offrire. Si verifica quindi una progressiva svalutazione di sé in termini economici (…e non solo). Questo sembra paradossale: in realtà appare come l’unica strada per “acquisire valore”. Quindi il lavoro inteso come tale assegna il valore dell’individuo in base alla sua RAL, e conseguentemente a ciò che “si può permettere”.

Il problema

Secondo uno studio condotto da The European House Ambrosetti e Angelini Pharma, risulta che la salute mentale dei lavoratori è peggiorata, quindi risulta fondamentale chiedersi quanto il lavoro e le sue dinamiche possano incidere. A dire il vero, non solo la diminuzione della salute mentale dei lavoratori incide sul loro benessere generale, ma si verifica anche un effetto indiretto sulla crescita economica. Quindi il lavoro non può essere più visto come mera esecuzione di una performance.

La soluzione: lavorare meno

Quindi “lavorare meno” non deve essere letto come un sostegno al trionfo della pigrizia, ma come un monito che vuole ridare priorità al benessere dell’individuo. Soffrire meno, quindi.

Questo non si traduce solo con una riduzione dell’orario lavorativo o cose di questo tipo. Piuttosto, si vuole ricercare la formula che riesca a conciliare l’efficienza col benessere. Sicuramente lavorare meno in termini di tempo può essere una soluzione, dato che nel tempo libero riusciamo a ritagliarci lo spazio che serve per alimentare noi stessi. 

Ma questo non basta. Però da qualche parte bisognerà partire!

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