Il burnout è uno stato psicologico caratterizzato da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione professionale.

Questo è solo uno dei tanti modi di definire il burnout. Secondo altri, il burnout può essere definito come un processo che ha inizio con l’entusiasmo idealistico per arrivare all’apatia.

In ogni caso, che si utilizzi la prima definizione o la seconda, entrambe sono concordi nell’affermare che il burnout coincide con una condizione di esaurimento delle energie mentali (e non solo). Esso rappresenta il punto di rottura dopo un accumulo di situazioni altamente stressanti.

Quindi, andremo ad analizzare le due definizioni di cui abbiamo parlato precedentemente; successivamente parleremo delle cause e delle conseguenze di tale condizione di malessere.

burnout

Burnout come stato

La prima definizione che è stata data descrive il burnout come uno stato.

Uno dei primi sintomi è l’esaurimento emotivo. Questo è connotato dalla percezione di sovraccaricamento emotivo e dal prosciugamento dovuto dal contatto con le altre persone.

Un altro sintomo è la depersonalizzazione, presente soprattutto nelle professioni sanitarie. La depersonalizzazione consiste nel trattare in modo impersonale i propri pazienti, negando tutta la parte umana ed emotiva. Infatti, essa avrebbe una funzione protettiva, con conseguente allontanamento del terapeuta dalla sofferenza del proprio paziente.

Molto spesso le persone che mettono in atto la depersonalizzazione vengono intese come ciniche, ad esempio il medico comunica malattie gravi al proprio paziente utilizzando un linguaggio estremamente tecnico: egli evita di essere empatico e di comprendere le emozioni del paziente.

Alcuni autori hanno esteso questa componente del burnout a tutte le altre professioni definendola strain relazionale. Questa differisce dalla depersonalizzazione per l’assenza della componente deumanizzante.

Infine, l’ultima componente è la ridotta realizzazione professionale. Questa consiste nella sensazione di possedere delle competenze inadeguate per affrontare il proprio lavoro. In particolare questa potrebbe portare all’abbandono della propria professione.

Burnout come processo

La seconda definizione di burnout lo descrive come un processo.

Il burnout come processo si sofferma su tutti quegli elementi che portano l’insorgere del burnout stesso. Le fasi, descritte da Edelwich e Brodsky, sarebbero quattro.

La prima è l’entusiasmo idealistico: questa è caratterizzata da aspettative di successo e di miglioramento di posizione, di avanzamento di carriera.

La seconda è la stagnazione. In questa fase, il lavoratore avverte come incerti i risultati del proprio operato.

La terza fase è la frustrazione. In essa prevalgono i sentimenti negativi di impotenza, di delusione e insoddisfazione.

L’ultima fase è l’apatia. Questa fase è caratterizzata da un’assenza di interesse verso gli altri e una chiusura in se stessi.

Cause del burnout

Ma quali sono i fattori che portano allo sviluppo del burnout? Conoscere ciò che innesca tale condizione risulta indispensabile per evitare che il malessere aumenti.

Infatti, ciò che è emerso dalle recenti ricerche è che sia fattori individuali sia organizzativi concorrono nello sviluppo della sindrome del burnout. 

I fattori individuali riguardano il modo che le persone hanno di reagire a situazioni stressanti, alle loro caratteristiche di personalità, i valori, le motivazioni, gli stili di vita. Ma anche la vulnerabilità allo stress e la capacità di resilienza.

I fattori organizzativi teorizzati da Leiter e Maslash possono essere racchiusi in sei principali aree.

Il carico di lavoro si riferisce alla disponibilità di tempo e ad al quantitativo di lavoro da portare avanti. Nel momento in cui queste due componenti non sono tra di loro in linea, vi sarà una situazione di stress.

Il controllo fa riferimento al grado di autonomia che si ha durante l’esecuzione della propria attività lavorativa.

Il riconoscimento che il lavoratore riceve per il proprio operato. Esso non è prettamente economico, ma anche umano e sociale.

L’integrazione sociale sia con i propri colleghi ma anche e soprattutto con i propri superiori e capi. La qualità di questi rapporti influisce notevolmente sulla gestione di situazioni stressanti.

L’equità consiste nell’avvertire che i processi decisionali siano avvenuti in modo trasparente ed equo.

L’ultima dimensione è quella dei valori. Una condizione di burnout si verifica nel momento in cui i valori della persona non coincidono con quelli organizzativi. Per esempio, una persona che adotta un’alimentazione ed uno stile di vita vegano che si ritrova a lavorare in un allevamento intensivo, o in un’azienda molto impattante sull’ecosistema.

Effetti fisici e psicologici

Abbiamo visto precedentemente le diverse definizioni di burnout, le cause che possono innescare tale condizione… Ma quali sono gli effetti realmente percepiti? Che cosa avverte una persona che è in uno stato di esaurimento nervoso?

Gli effetti del burnout sono effetti che riguardano sia l’individuo che lo vive, ma anche, di conseguenza, l’organizzazione di cui fa parte.

Uno dei primi sintomi individuali è la somatizzazione. Essa consiste nel trasformare il disagio psicologico in disagio fisico in modo del tutto inconsapevole. Infatti, molto spesso tali sintomi sono per esempio mal di testa, stanchezza, disturbi gastrointestinali e vascolari, fino agli abbassamenti del sistema immunitario. Ai sintomi somatici, si aggiungono i sintomi psicologici. Ansia e depressione sono solo alcuni dei possibili effetti.

Purtroppo, questi effetti non si presentano entro e non oltre l’orario lavorativo. Essi permangono durante tutta la giornata, anche al di fuori del lavoro. Tale fenomeno si chiama effetto spillover.

Di ciò le persone non ne sono consapevoli, arrivando addirittura a decretare il proprio rapporto di coppia come insoddisfacente, anche se le cause del loro malessere non sono da imputarsi alla coppia.

Gli effetti organizzativi derivano direttamente da quello stato di disinteresse e di apatia che comporta il processo di burnout. In particolare, turnover, assenteismo, scarso commitment, insoddisfazione lavorativa.

Possibili interventi

Abbiamo visto tutti gli aspetti che connotano la sindrome di burnout. Non resta che cercare di comprendere come sia possibile intervenire. Come per il mobbing, l’intervento avviene su più livelli.

Dal punto di vista individuale, i professionisti (soprattutto quelli sanitari) devono essere a conoscenza dei segnali di allarme e delle pratiche di prevenzione. Importantissimo il lavoro delle risorse umane, che hanno il compito di comprendere le caratteristiche della persona per evidenziare un eventuale rischio di burnout.

Dal punto di vista sociale è fondamentale il ruolo giocato dalla rete sociale di cui si fa parte. Avere un supporto sociale permette di alleggerire le situazioni stressanti che si stanno vivendo.

Dal punto di vista organizzativo è necessaria la revisione dello stile manageriale, del funzionamento dei gruppi di lavoro, il clima e la cultura organizzativa.

Conclusioni

Il lavoro è una parte fondamentale della nostra vita che ci permette di sopravvivere e, in alcuni casi fortuiti, di dare particolari soddisfazioni. Molto spesso però, il lavoro è fonte di stress e di situazioni di malessere e disagio. Mentre tutte le altre condizioni di vita spiacevoli possono, in una certa misura, essere evitate, il lavoro è l’unico vincolo a cui non possiamo sottrarci, a meno che non si nasca in famiglie facoltose che possano permettere ai loro figli il privilegio di non lavorare. Quindi, è importante che anche questa dimensione vada in armonia con noi e con il nostro modo di vivere la vita.

Questo articolo ha lo scopo di far conoscere e riconoscere eventuali segnali di esaurimento nervoso dato da condizioni lavorative non piacevoli.

Seppur immersi in una cultura che idealizza il lavoro, riconoscere quando questo non va bene è fondamentale per la propria salute mentale.