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Religione come rappresentazione sociale

La religione come rappresentazione sociale è un modo per interpretare il concetto di religione staccandola dal significato spirituale.

L'esempio del cristianesimo

Vi siete mai chiesti che rapporto ha la società occidentale con la religione in questo particolare periodo storico?

Quando si parla di religione nel linguaggio comune, la prima parola che viene alla mente è quella del cristianesimo, incarnato nell’immagine di Gesù in forma simbolica, e in una forma più reale possiamo associarla a Papa Francesco.

La mia personale sensazione è che il cristianesimo, negli ultimi vent’anni, abbia perso molto appeal, almeno qui in Italia. Le persone tendono sempre meno ad identificarsi con questa religione.

È una percezione palpabile soprattutto tra i più giovani, i quali sembrano sempre più distanti dalla Chiesa. Allo stesso tempo, non si può dire che i giovani non credono in nulla. Ognuno ha le proprie idee e cerca in qualche modo di sostenerle.

Religione come rappresentazione sociale

Religione come rappresentazione sociale: una diversa interpretazione

Quello che però vorrei evidenziare in questo video è una interpretazione diversa della parola religione. In questo caso prenderò spunto in particolare da due autori, che appartengono a epoche storiche relativamente diverse ma che su questo concetto hanno espresso un’idea in un certo senso convergente. 

Parlo di Yuval Noah Harari, autore contemporaneo del saggio “Homo Deus”, e di Gustave Le Bon, intellettuale di fine Ottocento e autore di “Psicologia delle folle”, che tra l’altro ha ispirato i leader dei regimi totalitari del primo Novecento. (Questo è un libro che scotta, bisogna usarlo con cautela).

religione come rappresentazione sociale

Una definizione di religione

Voglio partire riportando testualmente la definizione che Harari dà della religione:

La religione è una qualsiasi narrazione globale che conferisce legittimità oltreumana a leggi, norme e valori umani. Essa legittima le strutture sociali esistenti con l’argomento che esse riflettono leggi che trascendono gli uomini storicamente determinati”.

Mi rendo conto che una tale definizione possa risultare altamente suggestionante ed esprimo la mia solidarietà ai credenti che vedono urtata la propria sensibilità.

Ma il punto sensazionale che troviamo in questo concetto è che le religioni sono prodotti umani. Sono appunto un sistema di leggi e regole che hanno avuto una persuasività fortissima. Si sono radicate nelle credenze della collettività e quindi diventano difficili da mettere in discussione.

Religione come rappresentazione sociale: un prodotto umano

Leggendo il mio articolo sulle rappresentazioni sociali, troverete una disarmante somiglianza tra il concetto di religione di Harari e quello delle rappresentazioni sociali di Serge Moscovici.

Nonostante le religioni siano il prodotto di persone che hanno avuto una intuizione di forte influenza, è assurdo vedere come il loro inserimento nell’immaginario collettivo acquisisca una forza stratosferica.

Oltre al cristianesimo che sta in piedi da oltre 2000 ma che basa le sue credenze anche su caratteri spirituali, possiamo citare tra le religioni più recenti il comunismo, il liberalismo e molto più banalmente la legge del libero mercato.

Sentimento religioso

Secondo Gustave Le Bon si crea un vero e proprio sentimento religioso.

Infatti le caratteristiche che lui sottolinea sono :

  • l’adorazione di un’immagine o un’idea;
  • il timore del suo potere;
  • l’impossibilità di confutare;
  • il desiderio di diffondere.

Il sentimento religioso influenza i comportamenti. Infatti si spende una grande quantità di energia per mettersi al servizio di quella causa e ci si lascia guidare in modo passivo da quelle leggi e dai quei dettami.

La persuasività delle religioni sta proprio nel loro carattere di rappresentazione sociale. Ricordando brevemente, la rappresentazione sociale è un sistema di idee a cui aderisce un grande numero di persone che sono attratte  dal consenso che esse generano così da convergere nel conformismo.

Consenso e conformismo

Quindi la religione si basa sul consenso e sul conformismo. Quell’idea che viene diffusa e continuamente ripetuta nelle conversazioni diventa incrollabile e chi ci va contro viene maltrattato e si tenta di emarginarlo.

Non dimentichiamo esempi come gli eretici nel 500’ venivano messi al rogo oppure gli oppositori del nuovo regime instaurato dopo la Rivoluzione Francese venivano messi alla ghigliottina.

Cosa succede nella nostra mente quando abbiamo a che fare con le religioni?

Bisogno di appartenenza a un gruppo

Innanzitutto dobbiamo dire che esse formano gruppi di persone, e da un punto di vista evoluzionistico questo aspetto dà al singolo maggiore sicurezza per portare avanti la propria sopravvivenza.

Includendoci in un gruppo, tendiamo inconsciamente ad aderire alla rappresentazione per evitare di essere esclusi, proprio perché l’individuo escluso dalla collettività è in maggiore pericolo.

Inoltre sappiamo che quando siamo insicuri nel prendere decisioni, i nostri meccanismi automatici ci fanno tendere a fare scelte simili a quelle che fanno gli altri.

Bisogno di appartenenza a un gruppo

Quando si istituisce una rappresentazione, in questo caso incarnata nella religione, si forma di conseguenza una norma, cioè una normalità a cui aderire.

Mettere in discussione i dogmi a cui crediamo crea forte insicurezza e dà senso di angoscia. Per questo si preferisce vivere nell’illusione, credere ciecamente a leggi cui si è dato valore di sacralità.

Quello a cui si ambisce è la sicurezza e la conservazione dello status. La libertà è un peso che l’uomo difficilmente è in grado di sopportare ed è un bene difficile da coltivare. La religione allora arriva come l’arca della salvezza per rimediare alla nostra codardia.