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L’animal laborans è la prima componente della condizione umana, cioè il lavoro.

L’animal laborans sarà l’oggetto di interesse di questo articolo. Hannah Arendt usò questa nomenclatura nel saggio Vita Activa, pubblicato la prima volta nel 1958. Nonostante gli oltre sessanta anni, il concetto di animal laborans può essere riadattato alla realtà contemporanea senza troppe difficoltà. Il lavoro è la sua condizione dominante, ed essa ancora oggi assorbe almeno un terzo delle nostre giornate. Non è poco, penserete, ma stiamo parlando delle classiche 8 ore lavorative. Per quanto esse possano apparire normali, in molti casi si tende a lavorare di più per svariate ragioni, scambiando la propria ragion d’essere, lo scopo della propria limitata esistenza, con una mera performance lavorativa.

Animal laborans nell'antichità

In antichità, l’animal laborans era colui che veniva sottoposto alla condizione di schiavo, il quale lavorava per liberare il suo padrone dalle necessità della vita.

Quindi lavorare identificava una condizione servile che sottraeva tempo prezioso per dedicarsi alla vita pubblica.

In questa condizione, l’essere umano non era in nessun modo padrone del proprio tempo. Nessuna differenza esiste tra questo uomo e un bue: il loro scopo era quello di esercitare la fatica risparmiata al padrone.

Egli non aveva altra scelta: la sua esistenza, la sua vita, dipendeva unicamente da un altro soggetto che aveva ereditato le condizioni economiche che gli permettessero di non lavorare. Invece, lo schiavo animalizzato doveva scambiare la propria sopravvivenza con la completa obbedienza.

animal laborans

La rivoluzione industriale

Successivamente questa definizione è evoluta grazie ad Adam Smith e Karl Marx, i quali hanno associato al lavoro il concetto di “produttività”.

Si conferì un significato più nobile al lavoro, ma comunque permaneva una differenziazione gerarchica tra i lavoratori, dove il tempo di alcuni valeva di più di quello di altri.

Allora l’animal laborans era colui che esercitava un lavoro che rendesse maggiormente produttivo il proprio padrone.

Quindi, anche in questa condizione, l’animal laborans è quello che provvede alle necessità, con lo scopo di riprodurre beni di consumo utili alla conservazione della vita.

6. Animal laborans: la definizione - Vita Activa, Hannah Arendt

Lavorare per sopravvivere

Allora il concetto di lavoro deve essere sottoposto ad un’analisi che metta in evidenza la sua stretta correlazione con la vita, ma solo in termini di sopravvivenza.

Infatti l’animal laborans produce cose che devono essere consumate per conservare il funzionamento del ciclo vitale, nei limiti della nascita e della morte.

Il lavoro dell’animal laborans ha utilità solo per la conservazione in un tempo limitato, cioè la vita, ma non aggiunge niente al mondo.

Esso è la fatica e la pena di tenersi in vita, di procurarsi i mezzi per limitare la sofferenza fisica e psichica, quindi sarà una ripetizione ciclica delle stesse operazioni fino alla morte.

Una vita di solo lavoro è una vita di pura attesa della morte senza rendersi conto della propria esistenza.

Perché l'uomo contemporaneo è animal laborans?

La nostra condizione non può certo essere definita di “schiavitù”, ma non siamo del tutto esonerati da una predisposizione servile. Abbiamo già accennato in un altro articolo quali siano le dipendenze fondamentali dell’individuo appartenente alla società occidentale. È stato constatato che il mantenimento di vizi e dipendenze sono sorretti da un continuo incremento del proprio status sociale. Questo stesso incremento impone a sua volta uno sforzo sempre maggiore per riuscire ad ottenere il potere d’acquisto necessario per soddisfarli. 

Quindi la competizione e la scarsità del lavoro inducono gli individui a lavorare sempre di più. Se lavori solo 8 ore non avrai mai un promozione. Se non sei abbastanza motivato non ci tieni al tuo lavoro. Allora a questi pensieri perversi sopraggiunge anche la paura che quel lavoro potresti anche perderlo, costringendoti a ricominciare tutto daccapo.

Dov’è la libertà in tutto questo? Cosa aggiungiamo al mondo se non la paura di vederci deprivati da ciò che solo momentaneamente stimola i nostri sensi?

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