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L’homo faber è la seconda componente della condizione umana, cioè l'opera.

L’homo faber sarà l’oggetto di interesse di questo articolo. Hannah Arendt usò questa nomenclatura nel saggio Vita Activa, pubblicato la prima volta nel 1958. Riguardo questa condizione umana, si riprende una parte interessante del carattere dell’individuo contemporaneo. Infatti, essa regge la relazione che si è costituita tra l’individuo e le cose del mondo, dove uno è creatore dell’altro. Questo rapporto risulta ambivalente, perché la persona si rivela allo stesso tempo dipendente da un lato e non vincolato dall’altro rispetto al frutto della sua fabbricazione.

Reificazione

L’homo faber è il soggetto della condizione umana dell’opera, con la quale si creano le cose del mondo.

Infatti l’opera è distaccata dal nostro processo biologico; gli oggetti creati con l’opera non vengono consumati per coadiuvare la sopravvivenza dell’uomo.

La fabbricazione dell’opera consiste nel processo di reificazione, cioè la conversione di una esperienza astratta limitata alla mente dell’uomo in un oggetto concreto. Quindi la creazione dell’opera è guidata dall’immagine che l’homo faber ha creato di essa nella sua mente, che potremmo anche chiamare “progetto”.

homo faber

Differenza tra homo faber e animal laborans

Allora esiste una distinzione fondamentale tra homo faber e animal laborans: mentre il secondo è strettamente dipendente dal suo lavoro ed è il lavoro stesso a mantenerlo in vita, il primo è padrone totale della sua creazione e allo stesso tempo non è da essa dipendente.

L’opera nasce dall’immagine dell’homo faber e muore nel momento in cui egli esprime la volontà di distruggerla.

7. Homo faber e l'opera - Vita Activa, Hannah Arendt

Opera come mezzo e fine

Quindi l’opera dell’homo faber si affaccia al mondo come volontà della sua creazione, e ci si chiede quale sia il movente di questa volontà.

L’opera appartiene al mondo per cui partecipa alla vita degli uomini, quindi ha in sé un fine. Sapendo che il nostro mondo si basa sull’utilitarismo, l’opera trova il suo fine nell’essere utile.

Bisogna però osservare che l’uomo strumentalizza ciò che gli è utile, cioè diventa un mezzo, per cui le opere diventano al contempo mezzi e fini al servizio dell’uomo.

Una volta che saranno degradate cesseranno di avere uno scopo per l’uomo, quindi perirà anche il loro significato intrinseco, cioè quello di appartenere al mondo.

L'opera nel mercato

A differenza dell’animal laborans, l’homo faber si affaccia alla sfera pubblica rappresentata unicamente dal mercato. Quindi il mercato è il luogo in cui l’opera esercita il suo fine, cioè di essere mezzo per altri.

Inoltre il mercato non è uno spazio pubblico di carattere politico, in quanto è banalmente un luogo per scambiare merci e non idee e opinioni.

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